Un marittimo della Penisola in isolamento: “La mia, la nostra odissea”

Una testimonianza toccante di un marittimo della Penisola Sorrentina. Un viaggio a casa senza ritorno nei giorni convulsi dell’emergenza Covid-19: «Sono in isolamento volontario per senso di responsabilità verso i miei cari e la comunità»

di Salvatore Esposito

PENISOLA SORRENTINA. «Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto dalla compagnia il messaggio che ci sarebbe stato lo stop alle operazioni, la fine dei lavori. Solo in quel momento abbiamo capito la gravità della situazione». Con queste parole inizia una lunga conversazione telefonica con uno dei tanti giovani marittimi della Penisola Sorrentina di ritorno dopo mesi trascorsi in giro per i mari del globo, in isolamento lavorativo tra grandi e fredde paratie di una nave ed adesso in isolamento volontario dopo il rientro nel proprio paese devastato dall’emergenza sanitaria causata dal coronavirus.

Una testimonianza toccante, il racconto lucido di un ragazzo partito diversi mesi fa dai nostri comuni costieri che riceveva poche e non confortanti notizie dal suo paese di origine: «Le prime notizie ci raggiungevano in maniera quasi astratta, non capivamo l’entità reale della situazione e non potendo seguire la TV italiana apprendevamo le cose sommariamente, per sentito dire. Ma col passare dei giorni in ognuno di noi è nata tanta preoccupazione e tanta ansia, sia per i cari che stavano a casa sia per l’equipaggio: ho notato un cambiamento in ognuno di noi, bastava guardarci in faccia per capire che qualcosa stesse per cambiare».

«Noi siamo abituati alle situazioni di emergenza ma a questa no. Non eravamo pronti».

Poi l’inizio di una vera e propria odissea, non ancora finita per loro e per nessuno di noi: «I giorni a seguire sono stati un inferno. Per avere notizie comunicavamo con altri colleghi che si trovavano su altre navi e in diverse zone del mondo. Ma niente, ci accomunava soltanto un’ unica frase: speriamo bene!».

«Le giornate erano infinite, il tempo sembrava si fosse fermato. Con il passare dei giorni sono iniziati i primi sbarchi ma non tutto è filato liscio: tanti “crew” ritornavano indietro o venivano “messi” in alberghi perché i voli venivano cancellati. Per giorni è stato un via vai infinito, interminabile. Nessuno sapeva come e quando saremmo giunti a destinazione, saremmo finalmente ritornati a casa. Come se non bastasse, nonostante tutto questo, sui vari social è iniziata la caccia al marittimo rientrato, quasi considerato un untore portatore del male che stava invadendo ormai tutta l’Italia. Questo mi ha fatto molto male».

«Molti guardano solo a quanto si guadagna su una nave, ma pochi sanno veramente cosa ci tocca fare per avere un salario dignitoso: per 6 mesi spegniamo l’interruttore delle emozioni e giriamo il mondo non vedendo l’ora di riabbracciare i nostri genitori, figli, mogli, fidanzate e amici».

Infine la decisione sofferta, dolorosa, ma necessaria: «Nonostante siamo stati fuori per tanti mesi abbiamo deciso di metterci in isolamento volontario. Credimi, è stato il rientro più brutto della mia vita. Per la prima volta non c’è stato nessuno ad aspettarmi. Per la prima volta non ho potuto abbracciare o baciare nessuno. Lo faccio, lo devo fare, per senso di responsabilità verso i miei cari e la nostra comunità: 14 giorni in più non ci costano niente, siamo abituati ad essere soli. Anche noi dobbiamo dare il nostro contributo».

 «Un pensiero va a chi non è ancora rientrato: tenete duro, tutto andrà bene, vi aspetto a casa!».

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