Rosario Caputo: la pittura napoletana del XIX secolo

Rosario Caputo è nato a Napoli il 4 novembre 1958 ed è coniugato. In campo imprenditoriale è da circa trent’anni l’Amministratore Unico della IBG S.p.A. L’azienda produce e commercializza nel Mezzogiorno d’Italia i brands Pepsi Cola, Gatorade, Thè Lipton, Looza e Chinotto Neri. Sotto la sua guida, la IBG S.p.A. ha incrementato il proprio fatturato dai 5 milioni di euro degli anni ‘90, ai circa 100 milioni di euro di oggi. Tale trend positivo continua tutt’oggi, infatti la IBG SpA, insieme alla PepsiCo Italia, proprio nel marzo di quest’anno è stata insignita a New York del “PepsiCo Donald M. Kendall Awards” che è il più importante riconoscimento a livello globale. Rosario Caputo dal 2003 al 2009, è stato componente del Consiglio di Amministrazione della Banca della Campania, oltre che componente, dal 2005 al 2008, del Comitato Economico della Banca Popolare di Sviluppo di Napoli. Dal 2000 è il Presidente di “Ga.Fi. s.c.p.a.” l’organismo di garanzia con circa 4.000 aziende socie, che è stato il primo Confidi campano iscritto nell’albo speciale degli Intermediari Finanziari vigilati di Banca d’Italia. Dal 2007 al 2016 è stato Consigliere della Camera di Commercio di Caserta ricoprendo anche la carica di Presidente della Commissione Credito e, nel 2017, è stato eletto Presidente Nazionale di Federconfidi. Per ultimo, ma non di minore importanza, si segnala che Rosario Caputo è considerato un attento studioso e un importante collezionista della pittura napoletana del XIX secolo, oltre a essere un appassionato bibliofilo sugli antichi Reami napoletani con un importante sezione dedicata agli economisti pre-unitari e agli illuministi napoletani. Sulla pittura napoletana del XIX secolo, egli ha pubblicato, fin dal 1997, circa venti testi, l’ultimo libro, pubblicato nell’ottobre del 2017 con l’editore Franco Di Mauro, intitolato “La Pittura Napoletana del secondo Ottocento” raccoglie, in oltre 500 pagine e altrettante illustrazioni i capolavori della pittura dell’800, molti dei quali pubblicati per la prima volta. La scelta, da parte dei viaggiatori d’inizio Ottocento, di eleggere il Regno delle Due Sicilie come loro meta preferita, va spiegata attraverso la cultura dell’immaginario romantico di quei tempi che mitizzava il pittoresco dei luoghi e la genuinità delle popolazioni mediterranee come l’essenza primitiva del genere umano. A Napoli, a seguito del fenomeno editoriale delle Guide riccamente illustrate anche con il coinvolgimento di molti vedutisti romantici, si accrebbe da parte dei collezionisti la richiesta dei paesaggi più caratteristici. In questo nuovo corso sarà il terzogenito della famiglia abruzzese dei Palizzi, Nicola, l’ispiratore dei nuovi registri figurativi. La sua originalità consisté nel condensare in positivo tutte le esperienze precedenti: dal paesaggio accademico alla capacità di introspezione dei luoghi; dalle atmosfere rosate dei tramonti di Posillipo all’analisi calligrafica del “vero” attraverso il dosaggio della luce. Anche dopo l’Unità d’Italia, il paesaggio non arretrò nei gusti degli amatori d’arte grazie anche alla circostanza che, a partire dal 1862, i pittori napoletani potevano contare su una maggiore occasione di divulgazione delle loro opere per la nascita della “Società Promotrice di Belle Arti” che soppiantava le mostre biennali borboniche tenutesi fino al 1859. La nuova istituzione artistica prevedeva che all’esposizione annuale andassero in mostra tutte le variegate tendenze del momento anche se a prevalere furono quei giovani artisti sia vicini al realismo storicizzato di Domenico Morelli che a quello animalista di Filippo Palizzi, che fu tra i «padri» del Realismo napoletano di metà secolo tra i pittori di paesaggio assieme ai pittori «di storia» come Morelli, Altamura e Celentano. Ma la vera novità sarà rappresentata dalla macchia cromatica come strumento di costruzione delle immagini fissate in nette scansioni luministiche senza dimenticare la loro originaria inclinazione naturalistica per il paesaggio. Un caso a parte, nel panorama della pittura, è rappresentato da Antonio Mancini e Vincenzo Gemito. Fra i loro soggetti: il mondo dell’infanzia napoletana, dei vicoli e dei “bassi” affollati. Sul finire del secolo, il colera e il conseguente risanamento urbanistico permetteranno a Vincenzo Migliaro di dipingere la Napoli che di lì a poco sparirà lasciando la pittura di paesaggio alla parentesi artistica di Pratella e Casciaro. La grande stagione delle Esposizioni Universali e il clima della Belle Epoque suggerì a pittori come Scoppetta, Brancaccio e Caputo di soggiornare a Parigi dove diedero vita ad una vera e propria colonia italiana in Francia ed una volta assimilatone l’inclinazione artistica, la reimportarono nel Mezzogiorno d’Italia. Territorio che da anni veniva illuminato dall’estro coloristico di Vincenzo Irolli.
Aniello Clemente

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