POSITANO LE PIETRE LAVORATE DI MASTRO GIOVANNI RUSSO

Ci sono persone che entrano nella tua vita. Inaspettatamente. In punta di piedi. Senza far rumore alcuno, eppure, nel loro composto silenzio, con la loro pacata presenza, cambiano tutto. Travolgono e stravolgono quell’effimero equilibrio che credevamo essere rifugio sicuro, fortezza indistruttibile. Stravolgono e travolgono quel puzzle costruito con affanno negli anni, pezzetto dopo pezzetto tra sudate prove, mutandolo in una dimensione altra, in una nuova luce che sveglia la mente intorpidita, in un insegnamento che, seppur cosa ovvia e forse risaputa, è vita.  Quella vera. Quella che conta.

Sono queste le persone per cui vale la pena fermarsi semplicemente per assaporarne la bellezza, per respirarne l’intima essenza, per nutrirsi di loro in toto e apprezzarne quel prezioso precetto in cui è nascosta la felicità. Ci sono persone che sono fatte d’acciaio. Persone che danno un senso a tutto persino a piccolezze che prima di loro erano totalmente irrilevanti per noi. Sono persone autentiche che arrivano come un soffio d’aria fresca e non se ne vanno perché lasciano un segno indelebile sulla pelle, nella memoria e nell’anima. Un marchio, che è il loro segno, il nostro dono, un fortunato faccia a faccia con la parte migliore di noi.

Beh io una persona così l’ho trovata tra le righe di un libro. L’ho incontrata con gli occhi sulle sue parole d’inchiostro ed il naso tra le pagine che profumano di lodevole rispetto e garbata consapevolezza. L’ho conosciuta di capoverso in capoverso, in ogni piccolo morfema c’era lui nella sua gigantesca grandezza di uomo, in ogni recto e verso un saggio insegnamento e sul finale una parte di lui non era più solo emozionante ed edificante grafia. No. Era una parte di me.

Poi, grazie ad Alice Angori, galeotto fu il nostro incontro, ho incontrato questa persona in una tiepida domenica di marzo. Negli occhi la storia, nelle mani callose una vita dedita al lavoro, nei passi decisi la determinazione di chi vive da protagonista memore di quello che fu e di quello che sarà e nell’animo una bontà che sa di onestà. E’ lui, Giovanni Russo noto come Mastro Giovanni di Positano, classe 1933; ormai in pensione si diletta, nel tempo libero, a scolpire pietre, attività che in passato svolgeva come lavoro, oggi come impegno artistico. Tra una scultura e l’altra ha lasciato scalpello, martello e carta vetrata per impugnare tra la sua mano ferma di scultore la penna e scrivere il libro “Tutto qui”stampato nell’Agosto del 2018. Non un semplice libro che parla di guerra, non pagine dalla connotazione politica che trasudano di acre odore di sangue, non un accademico sermone, ma uno zibaldone di ricordi a ritroso ripercorrendo alcuni anni dell’infanzia di Giovanni marchiati indelebilmente da uno degli eccidi più infamanti dello scorso secolo: la guerra e le foibe. Mastro Giovanni scrive queste pagine per i suoi nipoti, specchio di una società dove il nemico non ha divisa e risponde ai nomi di incertezza e paura. Una comunità scalfita dal benessere, da quel welfare che, nato nel dopo guerra anche dalle mani della sua generazione, ha trascurato alcuni dei valori veramente importanti.

«Si tratta di un’esposizione dei fatti da me vissuti circa settanta anni fa, un breve racconto senza pretesa e velleità alcuna ma con il solo scopo di far conoscere e sapere alle nuove generazioni, che la vita in tempi neppure tanto lontani, non è stata affatto semplice. Vorrei che questo mio breve racconto fosse un flashback sul passato per capire il presente e programmare in maniera consapevole e retta il futuro; il tutto, però, senza la pretesa di far vedere tutta l’immane tragedia delle guerre le cui atrocità nessuno mai potrà descrivere interamente» ha spiegato con estrema umiltà Giovanni Russo.

Un lavoro dal titolo altamente emblematico: “Tutto qui” due semplici parole che troviamo, non casualmente, in copertina ed a conclusione del libro, all’inizio e alla fine scritte a lettere cubitali, e nelle quali si cela un grande insegnamento, una verità assoluta: vivere ogni giorno con la bellezza e l’unicità di quel giorno. E’ “Tutto qui” il segreto.

«Vista la mia storia ritengo di essere in grado di attribuire un particolare valore allo scorrere del tempo e al suo senso. Quando arrivi quasi al limite estremo, come è accaduto a me e a tanti altri come me, tutto assume una nuova dimensione e la prospettiva muta. Accade cosi che rifletti sul parlare comune di giorni belli e dei giorni brutti. Tutti abbiamo dei giorni belli e dei giorni brutti è il prevalere degli uni o degli altri che determina la felicità o meno degli essere umani. A ben vedere, però, i giorni sono tutti belli anzi bellissimi. E’ solo la profonda ignoranza di noi stessi che, con le nostre complicazioni, le nostre contorsioni e meschinità, li fa apparire in un modo o nell’altro, mentre dovrebbe esserci un solo modo: vivere ogni giorno con la bellezza e l’unicità di quel giorno» ha rivelato Mastro Giovanni.

Un monito che è, e dovrebbe essere, il modus vivendi per antonomasia; una rivelazione che, ai più, potrebbe risultare cosa ovvia e scontata ma che in realtà racchiude un’oggettività indiscutibile… la strada verso la felicità. Uno stile sintattico  semplice, lineare e privo dei pomposi orpelli d’aggettivazione che comunque esula dall’essere scontato e riduttivo;  una velata ironia che sa di schiettezza, senza astrusi e fuorvianti giri di parole: questo il filo conduttore che intesse la trama, cucendola magistralmente con un senso del pudore, che evoca rispetto e che è alla base della duplice scelta di narrare i fatti dopo quasi settanta anni dall’accaduto e, soprattutto, di non stampare il racconto presso una casa editrice.

«Non ho velleità di scrittore» mi ha risposto con decisione Giovanni Russo alla mia domanda sul perché, nonostante lo spessore tematico e contenutistico, nonché sul messaggio ultimo del testo, non abbia optato per stamparlo presso una casa editrice.

E quel «finisce qui la prima parte della storia», che conclude il racconto, sembra anticipare ad un continuo che Mastro Giovanni non conferma ne esclude ma che noi, come suoi lettori, speriamo non sia un “Tutto qui”.

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