Felicori “Mostre d’arte? se ne fanno troppe. Vecchio corpus contro modernizzazione”

Ravello, Amalfi Coast . Una bella e interessante intervista quella uscita oggi su Il Mattino di Napoli a Mauro Felicori di Generoso Picone A noi di Positanonews, che seguiamo dal 2005 la costa d’ Amalfi e di Sorrento, ci interessa per il suo ruolo di commissario della Fondazione Ravello e sulle future strategie, già è chiara la sua scelta di fare sinergia col Teatro San Carlo a cui affidare la gestione della musica del Festival, quindi che non vi saranno i direttori artistici dell’anno scorso, Laura Valente e Alessio Vlad, a meno di sorprese, ma non sono solo questi i tagli del commissario , forse anche le mostre verranno ridimensionate, almeno stando a quello pure che emerge dall’intervista, dove fa una analisi razionale della riforma Franceschini , mettendo in risalto positivo i direttori “stranieri” , una riforma che effettivamente, e parlano i numeri e i risultati, ha portato benefici .Ecco l’incipit…
A un certo punto Mauro Felicori decide di fare outing. «Gliela dico tutta: io non sono un grande appassionato di mostre e credo anche che se facciano troppe».
Dunque, lei la mostra su Caravaggio a Napoli del 12 aprile non l’avrebbe neanche organizzata e così non ci sarebbero state polemiche per lo spostamento de Le sette opere di misericordia dal Pio Monte a Capodimonte?
«Su questa vicenda è difficile esprimere un giudizio. Ho tale fiducia nel direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger, che sono del tutto certo che prima di richiedere l’opera avrà svolto ogni tipo di valutazione da parte di tecnici competenti e qualificati. Ed è artisticamente ragionevole che si offrano alla visione in maniera sinottica per cogliere l’evoluzione dell’atto creativo. Ma diciamo che filosoficamente ho una mia convinzione».
Mauro Felicori è stato dall’agosto 2015 al 31 ottobre scorso direttore della Reggia di Caserta, nominato dall’allora ministro Dario Franceschini assieme ad altri 19, di cui 7 stranieri, attraverso una selezione pubblica, atto che avrebbe dovuto avviare una radicale riforma del sistema dei Beni Culturali in Italia. Oggi è un dirigente pubblico in pensione, commissario del Festival di Ravello e impegnato a Modena nell’organizzazione di Ago, un centro culturale nell’ex ospedale Sant’Agostino dove le tecnologie digitali si incontreranno con le scienze umane.
Felicori, quale è la sua convinzione filosofica sulle mostre?
«Il meccanismo delle mostre è fondato sull’idea della fissità dei musei, della loro immobilità e di una concezione dell’arte da collezionisti. Se ne fanno troppe evidentemente nel tentativo di soddisfare esigenze di curiosità e di marketing, ma sono convinto che tutto ciò sia destinato a svanire».
Per fare posto a che cosa?
«A una diversa idea del museo, inteso come organismo vivo e sempre più capace di eccitare negli occhi e nella mente il visitatore anche spiazzandolo. Il museo dovrebbe avere una sua autonomia che consenta di svolgere per intero e al meglio il suo ruolo sul territorio, mettendone in moto l’economia in maniera virtuosa attraverso la cultura. Ho voluto manifestare il mio apprezzamento per il lavoro che sta conducendo Cristiana Collu alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma, cogliendo risultati straordinari pur nei limiti in cui è costretta. Ecco, il binomio che lega il museo alla mostra in maniera tradizionale non regge più: con garanzia di collaudata sicurezza, le opere potrebbero rimanere nei luoghi che le hanno generate e le strutture museali dovrebbero volgere lo sguardo nei loro depositi e tirare fuori quadri, sculture e reperti magari prestandoli agli altri impianti di cui l’Italia è piena e che invece non vivono grandi stagioni».
Un po’ il suo programma di lavoro alla Reggia di Caserta.
«Anche quello che Napoli e Pompei hanno fatto nei confronti di musei più piccoli come Capua, promuovendoli con opere e fondi. Se poi a Caserta sono raddoppiati i visitatori, dai 400mila del 2014 ai 900mila del 2018, pure lì qualcosa sarà stato realizzato. Non raggiungendo i numeri di Versailles, di cui la Reggia è al decimo delle cifre, però si era sulla strada».
Che oggi appare interrotta. Il ministro Franceschini ritiene che si sia di fronte al tentativo di smontare la sua riforma, che una lobby che aspira al controllo di via del Collegio romano, che invece dell’autonomia si punta a una nuova centralizzazione. Le accuse ai direttori da lui nominati, soprattutto ai 7 stranieri, sarebbero il grimaldello di questa operazione.
«Non voglio fare valutazioni politiche. Affermo soltanto che la riforma, pur nella parte d’avvio, ha funzionato e che nel metodo e nel merito l’individuazione dei direttori ha prodotto risultati importanti. A questo punto si dovrebbe procedere, per esempio adottare scelte di autonomia anche al Palazzo Reale di Napoli, alle Certose di San Martino e di Padula. La scelta dei direttori stranieri è avvenuta in base alla valutazione della loro qualità professionale, si sono rivelati tutti capaci e competenti, ora si vada avanti. Perché se non si procede si regredisce».
Lei pensa che si procederà?
«Non c’è alternativa. Ma la questione riguarda l’intera pubblica amministrazione: i direttori dei musei nominati da Franceschini sono stati individuati, una platea ampia, e selezionati con criteri di qualità. Più si allarga il campo e meglio si può avere. L’apparato pubblico è ancora diviso in sylos impermeabili, dirigenti statali e dirigenti comunali: però, dove è scritto che il segretario municipale di Milano non possa essere un buon prefetto? Il vecchio corpus che difende il criterio delle carriere statali si è rivoltato contro un progetto di modernizzazione. I beni culturali ne stanno scontando le conseguenze».

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