Don Pinuzzo da Bonea

di Filomena Baratto

Vico Equense – Qualche giorno fa, Don Nino Lazzazzara, parroco di Bonea, mi ha fatto dono di un testo di Don Pasquale Vanacore, dal titolo: “Don Pinuzzo da Bonea”. Chi non conosce Don Pinuzzo? Anche io che non l’ho mai visto di persona, lo sento come un parente cresciuto in casa mia tanto ne avrò sentito parlare. Nato a Bonea nel 1907, primogenito di tre figli, fu molto devoto alla Vergine come testimoniava il suo secondo nome, Maria. Studiò presso i padri Gesuiti a Vico Equense, periodo durante il quale maturò la sua vocazione sacerdotale. In famiglia c’era una tradizione di tre zii sacerdoti: “zio prete, zio canonico e zio monaco”. Alla morte del padre si strinse ancor di più ai membri della sua famiglia, composta dalla madre Adelina, la sorella Immacolata e il fratello Adolfo. Fu ordinato sacerdote il 20 dicembre del 1930. Nel ‘36 divenne parroco di Bonea dopo che suo zio, malato, rinunciò all’incarico. Qui fondò un asilo e refettorio per bambini poveri che chiamò “Opera Madonnina dei Poveri” prendendo il nome da S. Maria Visita i Poveri così venerata in paese. La devozione alla Madonna fu tale da scrivere una poesia con lo stesso titolo. Questo asilo fu conosciuto in tutto Italia. Don Pasquale ricorda, a proposito della Madonna, di un episodio rimasto indelebile nella sua mente. Aveva circa dieci anni quando, in occasione della festa della Madonna, chiese a Don Pinuzzo, che trovò sul sagrato della chiesa, perché avessero abolito la processione con decreto della Curia, da Bonea a Sant’Andrea. Don Pinuzzo gli rispose che doveva essere lui ad andare dalla Madonna. Guardando le pagine del testo si ha un impatto notevole col passato. E’ corredato di foto che non sono semplici ricordi, ma vera e propria storia. Ogni immagine merita di essere messa a fuoco per quello che esprime, per le persone che si riconoscono, per i fatti che rievoca.
 
Guardando la foto dell’orfanotrofio in via Laudano con le suore Immacolatine, sulla soglia del portone d’ingresso c’è una suora con delle bambine, vedo mia madre, ma osservando bene la data è del 1930 e non può essere lei, visto che era nata nel ‘45. Sono stata davanti a questo ingresso qualche tempo fa da vicino e fa un certo effetto ritrovarlo nel testo, in bianco e nero come un passato lontano. La scena è viva e mi colpisce così tanto che ho deciso di farne un dipinto. L’arco sulla porta d’ingresso, le bambine disposte a girotondo, la suora che emerge dal fondo. Sul muro la luce del sole e le volute del terrazzo al primo piano dove si apre una porta sul balcone come segno di ospitalità, dietro ai cui vetri appare, nella penombra, un donna. Sul terrazzo un vaso con una pianta e poi davanti all’ingresso la strada va in discesa. Ma i ricordi si confondono quando in ogni immagine pare di vedere un familiare, un parente, un luogo, un evento noto. A volte le persone di una comunità pare si assomiglino come in una sorta di fusione caratteriale e fisiognomica. Immagini in bianco e nero che si avvicendano in un film d’altri tempi, dove le storie delle persone si incrociano, e la vita che hanno condotto sembra ancora lì in via di sviluppo. Don Pinuzzo ha attraversato le vite di tutte queste persone, ha toccato i loro cuori con un’autorevolezza fatta di idee chiare, di principi, di esperienza e di semplicità. Fa tenerezza leggere le lettere alla madre, con quanto affetto ed educazione le si rivolga e la paragoni alla Vergine in terra. In una poesia “Le due due mamme”, quella terrena e quella del Cielo, raffronta la sua a quella dei Cieli, l’una vicaria dell’altra. Le immagini riportano luoghi a lui cari, familiari alle cui vicende partecipa in modo attivo, come nel rapporto con suo fratello Adolfo. Proseguendo si scopre un Don Pinuzzo poeta, autore di liriche apprezzate da più parti e da personaggi del panorama letterario italiano come Diego Valeri, Marino Moretti, Ada Negri, Giovanni Papini, Mariù Pascoli, sorella del poeta, Alberto Bevilacqua. Tesseva rapporti in ambienti diversi, riceveva missive inerenti la sua attività pastorale, giornalistica e poetica da ogni parte. Tra questi Giulio Andreotti, Giorgio La Pira, David Maria Turoldo solo per ricordarne alcuni. Con la sua Olivetti ne ha fatta di strada: 50 anni di scrittura girando in tutta Italia, per ambienti in cui era conosciutissimo pur restando sempre il parroco di una frazione. La sua firma era presente ovunque. Non c’era un convegno o un dibattito, incontri senza la sua presenza. Giuseppe Prezzolini, giornalista, scrittore ed editore disse di lui: “Don Pinuzzo è un teologo: sente il dramma della Chiesa…e cerca di mantener sulla via maestra della tradizione quelli che vorrebbero correre per i sentieri della novità che sguiscia tra i problemi in selva e n’esce fuori ammonendo, avvertendo, distinguendo. Conosce i letterati d’Italia e le loro vite e darebbe loro, se potesse, adeguate penitenze , ma insieme abbracciandole”. Nelle poesie riesce a descrivere il suo animo sempre proteso verso gli altri, con versi ben modulati, niente più di quello che serve a raggiungere l’idea che lo ha spinto a verseggiare. Nella poesia dedicata ad Asturi traccia la figura dell’amico in una tensione fatta di arte e passione, ma sempre tende al bene. Una personalità così forte che Don Nino ha riferito che è come se stesse ancora lì nella sua Parrocchia, ne avverte la presenza. E come potrebbe essere altrimenti se ha trascorso la sua vita radicato in quel luogo, in perfetta simbiosi da poter andare per il mondo senza allontanarsi mai dalla sua Bonea.