Così in tutto il mondo spuntò «Luna caprese»

Così in tutto il mondo spuntò «Luna caprese». Il benvenuto a chi sbarca nell’aria azzurra e indolente di Capri è rappresentato dai versi incisi in una formella murata nel porto isolano, replicati davanti all’hotel Luna:
«Tu, luna luna tu,/ luna caprese,/ ca faie sunnà/ ll’ammore a e nnammurate,/ adduorme a nenna mia/ ca sta scetata/ e fall’annammura’/ cu na buscia».
Augusto Cesareo abbozzò il testo di «Luna caprese» nel 1953, mentre volava sulla seggiovia del Solaro. Oscillando nel vuoto, sospeso su tanta bellezza di mare e di cielo, cercò le parole giuste per richiamare il forestiero ma «accarezzando l’anima» di tutti. Le trovò. Le note giuste le trovò invece Luigi Ricciardi che, sulle orme del padre Vincenzo, dirigeva l’orchestra di Radio Napoli. Creò una musica sospesa tra beguine e serenata classica. E l’incipit di Cesareo – «uhè! cu mme cantate sta canzone / vuje ca suffrite e ppene de ll’ammore» – ben si prestava a questa operazione senza tempo.
Lo stesso titolo era geniale nella semplicità, contraltare di «Luna rossa» e slogan di facile presa. Non a caso, oggi, «Luna caprese» è il nome di un allevamento di cani bassotti, di un ristorante di Oxford, di un bar di Chicago e di due locali di Roma, di uno speciale tipo di doccia, di una via d’arrampicata sulle Alpi, di un’insalata, di una imbarcazione in vetroresina. Nilla Pizzi lanciò la canzone ad Anacapri. Connie Francis – che si chiamava Costanza Franconero ed era figlia di italiani emigrati in America – la diffuse nel mondo. Dalida la tradusse in francese. Peppino Di Capri l’aggiornò con grazia nel mitico disco Carisch del 1960.
«Luna caprese» è entrata così nella lista delle canzoni napoletane destinate a non svanire mai. Di quelle sempreverdi che rappresentano un luogo, come «Torna a Surriento», meglio di migliaia di foto e pieghevoli turistici. Il testo battuto a macchina, con alcune correzioni a penna di Cesareo, per imperscrutabili motivi entrò in possesso del compianto avvocato Gabriele Benincasa, che ne forniva generose fotocopie a chiunque ne facesse richiesta, perché il patrimonio popolare ha questo di bello, appartiene a tutti.
Eppure popolare non era, la vena poetica di Augusto Cesareo, che amava Di Giacomo (e si sente) come Leopardi, e portava con sé un robusto bagaglio di letture, a partire da Omero. Nato a Napoli il 24 marzo 1905 – il centenario è scivolato nel silenzio, come spesso capita alle nostre latitudini – era figlio di un prefetto. Napoli agiata. Prima ancora di laurearsi in giurisprudenza fu un eccellente nuotatore, tuffatore, tiratore di sciabola, maestro di lotta giapponese. Frequentava luoghi esclusivi, era distinto perfino in costume da bagno. Alto, snello, baffetti curati, nella maturità fu tra gli uomini più eleganti in città, fasciato con disinvoltura in doppiopetto blu gessati, smoking e frack perfetti. Passava con classe tra uomini importanti e belle dame ingioiellate. Lasciava il segno. Visse intensamente.
Uomo di multiforme talento, aveva un motto in latino che equivaleva a «brucerò finché vivrò». Da giornalista, collaborò a molte testate, fu cronista mondano de «Il Mattino» con la rubrica «Gazzettino», seguitissima. Era un uomo spiritoso, di un umorismo all’inglese.
Coltivava da tempo la poesia, frequentò Bovio, Murolo, Tagliaferri. Una vecchia foto rovinata dagli anni lo mostra accanto a questi campioni; al centro della scena c’è il vegliardo Zingariello, il posteggiatore scoperto a Napoli da Richard Wagner, che lo portò con sé in Germania affinché allietasse le riunioni nel suo salotto; poi lo scacciò poiché aveva sedotto una fantesca.
Per «Luna caprese», per molte altre, il compagno d’arte fu Luigi Ricciardi, nato a Napoli il 30 giugno 1905 e scomparso il 17 settembre 1974, compositore e direttore d’orchestra. A 12 anni era già pianista nell’orchestra del padre Vincenzo. Passò a strimpellare nelle sale del cinema muto, finché non fu in grado di allestire un’orchestra tutta sua, con la quale suonò poi a Radio Napoli. Come autore di canzoni ebbe successo nella maturità.
Con Cesareo, un anno prima di «Luna caprese» e di «Napule senza e te», Ricciardi compose «Mai na parola doce». Nel 1954 seguì «Che d’è l’ammore», cantata al Festival della canzone napoletana da Carla Boni e Nino Nipote. Altra canzone scritta insieme fu «Marina piccola» del 55, ulteriore contributo alla fama dell’isola. Al Festival i due autori tornarono nel 57 con «O treno d’ a fantasia» (Gloria Christian) e nel 59 con «Passiuncella» (Mario Abbate). Cesareo produsse belle canzoni anche con Oliviero, Landi e Zanfagna. Deliziosa «Suspiranno: Mon amour…» musicata da Ettore Lombardi. Fu scritta in lode di un’attrice francese, Françoise Lambert, che partecipando a una Piedigrotta Bideri mise a rumore Napoli e il cuore di Teddy Reno. L’omaggio galante alle belle donne fu una costante della vita di Cesareo. Una leggenda metropolitana gli attribuì una tenera amicizia con Renata Tebaldi.
Era stanco, era malato, non aveva più la forza di parlare a mitraglia, di sorridere, di assaporare le adorate aragoste o di esaminare un bel pezzo di antiquariato. Il 30 maggio 1961 posò le pantofole sul davanzale del suo palazzo al Monte di Dio e se ne andò. La parola ancora a Max Vajro: «I suoi funerali furono silenziosi, in una rara emozione collettiva».
La vedova, Maria Rosaria Benito Piscicelli di Collesano de la Cruz, fu redattrice de «Il Mattino» e si occupò dei «Mosconi» creati da Matilde Serao. Ebbe una trovata geniale, in verità attribuita al marito. Poiché talvolta alcune dame si dolevano per essere state citate in coda alla notizia di questa o quella occasione mondana, s’inventò un’inesistente «signora Coda» che chiudeva sempre la lista dei presenti. Ma una signora Coda esisteva davvero e non si negò proteste solenni.
Cesareo lasciò una bella raccolta di foto da lui scattate con passione e perizia. Una delle tre figlie, Antonia, oggi affermata fotografa, nel 1977 organizzò al museo Cerio una mostra delle immagini di Capri dal 1937 al 1955, raccolte dal padre. Servirono alla sartoria Tirelli e allo scenografo Pierino Tosi per l’ambientazione storica del film «La pelle» di Liliana Cavani.

Fonte Il Mattino